Parla Carlotta Pioli, responsabile progetti Parma per gli Altri

Carlotta Pioli, 26 anni, laureata in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è attualmente la Responsabile Ufficio Progetti per conto di Parma per gli Altri ONG. Da sempre vicina al mondo della cooperazione, prima di subentrare ufficialmente negli uffici dell’associazione parmense ha maturato maggiore consapevolezza ed esperienza nel settore grazie a un periodo di volontariato in Uganda.

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Carlotta, Parma per gli Altri vanta un’esperienza pluriventennale nelle regioni a sud di Addis Abeba, in Etiopia. Parlaci dei principali progetti in cui l’associazione è coinvolta.

Parma per gli Altri promuove lo sviluppo delle comunità beneficiarie affrontando quante più criticità possibili. Ha un approccio multisettoriale, intende cioè differenziare il proprio ambito d’intervento sulla base delle esigenze di volta in volta riscontrate. Nel fattuale, nel 1995 è stata portata a termine la clinica di S.Maria a Shellala, che rappresenta tutt’oggi un punto sanitario fondamentale per gli abitanti di svariati villaggi. Dal punto di vista scolastico, per far fronte alla carenza di strutture e materiali, sono state costruite numerose aule, tutte dotate di attrezzature consone all’insegnamento e all’apprendimento. Stiamo inoltre promuovendo attività generatrici di reddito a vantaggio delle donne: catering, formazione come parrucchiere, attività di recupero e raffinazione della cera d’api, coop di donne dedite alla tessitura. Tutto questo per tentare di svincolare la donna da quell’elevato grado di dipendenza economica che la circoscrive unicamente al ruolo di madre e di dispiego delle faccende domestiche.

Per mettere in campo un tale impegno bisogna conoscere profondamente il territorio e le sue dinamiche sociali. Come ci riuscite?

Tutto nasce dalla volontà di riuscire ad instaurare un rapporto di fiducia e di reciprocità con le comunità coinvolte, improntato all’accettazione e all’arricchimento reciproci, in modo continuativo e prolungato nel tempo. Ogni intervento è appositamente studiato e calibrato attraverso una progettazione frutto della volontà di dare risposte concrete a necessità realmente riscontrate.

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Nella seconda metà di marzo 2015 tu e il presidente di Parma per gli Altri, Luigi Bontempi, avete condotto una missione nei territori coinvolti nella progettualità associativa. Sono state due settimane intense, non è vero?

 Senz’altro. È sceso con noi anche un elettricista volontario che ha eseguito un monitoraggio all’impianto elettrico del villaggio di Shellala. In particolare l’obiettivo della missione era quello di concludere il primo progetto avviato con la regione Emilia-Romagna (RER I, filiere agroalimentari per lo sviluppo integrato di aree rurali in Etiopia), che ci vede come associazione capofila. Nello specifico è stata realizzata una giornata di formazione con apicultori e donne, in parte di carattere teorico-pratico sulle rispettive discipline e in parte sulla gestione delle coop. A Shellala, si sono tenuti alcuni momenti di confronto con le coop di apicultori e donne per approfondirne la condizione attuale e far emergere eventuali necessità. Inoltre sono stati visitati alcuni compound scolastici che saranno presto oggetto di ampliamento o ristrutturazione. Infine ad Hosanna, la città di riferimento dell’area, abbiamo incontrato le ragazze beneficiarie del progetto finanziato dalla Fondazione Rita-Levi Montalcini (Formazione di infermiere e ostetriche di aree rurali in Etiopia), abbiamo visitato il college nel quale studiano e gli alloggi dove risiedono per verificare che tutto si svolgesse come da accordi.

Carlotta, hai parlato di un progetto che intercorre tra la vostra associazione e la Regione Emilia-Romagna. Si tratta di un rapporto destinato ad estinguersi?

No, tutt’altro. È già stato sottoscritto il RER II, che prevede lo sviluppo di filiere agroalimentari in aree rurali del Dawro Konta, a sud-ovest di Hosanna, e nel Borena, nella regione dell’Oromia. In particolare, durante l’ultima missione, è stata nostra premura sottoscrivere l’accordo di collaborazione con i Frati Cappuccini (controparte locale nella regione del Dawro-Konta), realizzando, tra le altre cose, una giornata introduttiva di formazione con apicultori e donne beneficiari. Nel corso della missione abbiamo lavorato alla Rete dei Mieli confrontandoci sullo stato necessità delle comunità coinvolte per pianificare il cronogramma delle attività del 2015.

Riccardo Vincenzi

Modena Cooperazione

Pubblicato il primo numero del 2015 della rivista Modena Cooperazione, il periodico che dà voce alle comunità di stranieri residenti a Modena e provincia, nonchè alle numerose associazioni di volontariato del settore della cooperazione internazionale. Ritirate una copia gratuita in tutte le biblioteche, centri culturali, centri di aggregazione e scuole della provincia.

M.C.

“Non possiamo mollare. Malgrado le restrizioni economiche non vogliamo arrenderci.” Questo il motto che accompagna il primo numero del 2015 di Modena Cooperazione. Troppa è la voglia di portare avanti un progetto che resta del tutto unico in Italia, che dà voce alle realtà di cooperazione internazionale e alle comunità di stranieri residenti a Modena e provincia. La rivista si pone, ancora una volta, come strumento di comunicazione privilegiata di chi altrimenti rimarrebbe senza voce, relegato ai margini di una società che preferisce sottrarsi all’approfondimento e alla conoscenza del diverso. Le associazioni di volontariato di cooperazione internazionale modenesi si muovono proprio in questa direzione, operando da anni in più di 60 paesi a Sud del mondo e interfacciandosi continuamente con la realtà migratoria locale. Modena Cooperazione è da considerarsi dunque come il cardine comunicativo delle 120 associazioni distribuite su 32 comuni in tutta la provincia, 58 associazioni nella sola Modena. Un bacino d’incontro e informazione che fa della condivisione e della coopartecipazione i suoi valori fondanti. Ancora una volta il Tavolo di Cooperazione del Comune di Modena è riuscito a radunare le molteplici anime che lo compongono indirizzandole verso una prospettiva corale, frutto di un’ampia riflessione e di una convergenza d’intenti.

Nell’anno di Expo 2015 si è deciso di partire dedicando ampio spazio al tema della nutrizione vista con occhi globali, di chi si interfaccia tutti i giorni con la diversità, anche gastronomica. Troverete però anche alcune pagine illustrative dei principali progetti delle associazioni impegnate in prima fila alla realizzazione della rivista, senza tralasciare la sezione “Conosciamoci” che in questo numero presenterà le comunità dell’Africa occidentale di Modena riunite sotto l’unica bandiera del progetto “Africa Renaissance” e del suo presidente nigeriano Stanley Osunde.

 Riccardo Vincenzi

Emilia chiama Etiopia. Ancora. Sempre.

L’esperienza che mi ha portato a trascorrere quattro mesi in Etiopia può considerarsi conclusa. Fisicamente. Nel senso che probabilmente, almeno per un po’ di tempo, non tornerò laggiù. Ciò che però non deve considerarsi concluso è il percorso che mi ha avvicinato, per i casi più improbabili della vita, al mondo della cooperazione internazionale.

Quando i primi di settembre dello scorso anno mi sono ritrovato catapultato tra le strade di Addis Abeba non pensavo di poter resistere più di una settimana. Alla fine non me ne volevo più andare. Sta tutto nel saper vedere. Crediamo di poter vivere per sempre barricati dietro ai muri delle nostre sicurezze, delle piccole certezze quotidiane, delle facili deduzioni, degli indici puntati. Non ci rendiamo conto che facciamo tutto ciò non tanto per la paura di scoprire cosa ci possa essere dietro a quei muri, ma soprattutto per la comodità delle nostre scelte. Sentirci migliori degli altri è a volte l’unica ragione per sentirci davvero vivi e importanti. L’unico modo per dare sfogo ad una soggettività repressa.

Modena per gli altri, Parma per gli altri e la Regione Emilia Romagna mi hanno dato la possibilità di sentirmi diverso, a disagio e inevitabilmente compromesso. Tutte accezioni negative direte voi. Nell’immaginario comune forse lo sono davvero. Certe esperienze ti cambiano dentro, fanno rivalutare certe posizioni e abbattono, piano piano, proprio quei muri di cui parlavo sopra. Cancelliamoci dalla testa, che noi, cooperanti volontari nei paesi del terzo mondo, possiamo cambiare le cose. Le uniche cose che cambiano sono dentro di noi. Dici niente. Se non capiamo prima di tutto noi stessi cosa significa parlare di multiculturalità e integrazione, se non viviamo, almeno in parte, il dramma della migrazione, come possimo permetterci di diventare testimoni positivi di una comunità mondiale in continua trasformazione?

Per queste ragione, a partire dalla mia piccola vicenda etiope io desidero portare avanti questo blog. Non per me, non questa volta, ma a nome di quelle associazioni che si fanno promotrici di progetti di piccola portata ma di altissima valenza strutturale e di significato. Parlo di Moxa (Modena per gli altri) e Parma per gli altri, piccole realtà che esistono solo grazie all’altruismo della gente, figlie di un aiuto libero e disinteressato. Io sono stato nei luoghi e nelle sedi dove questo aiuto si trasforma in concretezza, in progetti agro-alimentari, in sanità e istruzione. Io ci sono stato e posso testimoniare la bontà di questo operato. Vorrei dunque che questo blog diventasse luogo privilegiato di chi si sente parte di una comunità globale libera da barriere. Di chi ha viaggiato e vorrebbe scrivere qualche pensiero, di chi non ha ancora potuto farlo e si limita a spaziare con la mente dando sfogo a desideri. Di chi ha voglia di dire qualcosa che qualcun’altro non ha la possibilità di dire. Certamente lo sguardo privilegiato rimarrà puntato verso l’Etiopia e le realtà di cooperazione legate ai progetti di Modena e Parma per gli altri, ma senza mai perdere di vista l’idea verso la quale tutti, spesso inconsapevolmente, ci identifichiamo: quella di essere culture dinamiche, come appare ora nell’intestazione del blog, culture in movimento.

Apri bene gli occhi…

“Apri bene gli occhi quando cammini lungo le strade di Addis Abeba. Non certo per sfuggire ai borseggiatori, quelli esistono ovunque, ma per evitare di precipitare dentro a un tombino aperto non segnalato. Dicono infatti che una volta dentro si sbuchi dall’altra parte del mondo, a testa in giù, proprio come accade ai personaggi dei cartoni animati…”

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Cara Addis Abeba,

ammetto di averci messo un po’ di tempo ma credo di essere riuscito pian piano ad innamorarmi delle tue mille contraddizioni. Ad esempio, ho imparato a sorridere dell’improbabile convivenza tra il caotico mercato delle capre, quello dei ragazzi scalzi pieni di polvere che sorvegliano le bestie, e il centro commerciale sorto appena accanto, che vede sfilare ogni giorno portafogli stracolmi e minigonne troppo corte. Pensa che addirittura mi sono lasciato cullare dal flusso irregolare dei tuoi minibus, gli stessi che inglobano e rigurgitano persone con impressionante facilità e ho finalmente capito che ciò che davvero conta qui non è dove andare ma semplicemente continuare a muoversi. Altre volte, di notte, sono stato sul punto di sedermi accanto ai senza tetto che se la ridono intorno ad un fuoco improvvisato, sotto il ponte della ferrovia che spacca in due le tue strade, simbolo di modernità per molti, della fine di un’epoca per altri. Altre ancora mi sono trovato a fissare quella ragazza, che di prima mattina, all’ingresso del suo piccolo negozio di abbigliamento femminile, scambiava rilassata due parole con il mendicante mutilato, che si era trascinato nella sua direzione con la sola forza delle braccia. Intanto, il macellaio, poco a lato, puliva minuzioso il quarto di mucca attaccato al gancio, e già una piccola folla si avvicinava, silente, sperando di potersi accaparrare il taglio migliore. E poi i bambini, a centinaia, che si offrono di lustrarti le scarpe. Tutto ciò che possiedono è una vaschetta d’acqua e una spazzola usurata. Non sai da dove sbucano, non sai dove vanno.

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Abitando qui, cara Addis, ho capito cosa intendeva Ryszard Kapuscinski quando scriveva che l’Africa non esiste. Ma ciò che realmente ho capito è che a non esistere è il mal d’Africa: questa invenzione tutta occidentale di chi è fiero di farsi ritrarre insieme ai bambini, solo per potersi convincere di aver cambiato le cose. La vera ragione per cui a noi occidentali piace tanto l’Africa sta tutta nel fatto che non siamo obbligati a starci per sempre e possiamo ritornarcene a casa quando ci pare. Ci piace tanto perchè ci strappa dalla nostra deprimente mediocrità e ci fa riaffiorare in superfice galvanizzati, valorizzati. Ciò che invece esiste ed è reale sono i mali dell’Africa; tanti, tantissimi. Io ho avuto la fortuna di incontrarne qualcuno e poterlo raccontare. Non risolvere, non ho questa presunzione. Dall’altro lato ho conosciuto però uomini e donne che ce la mettono tutta per farlo. Con una passione disinteressata. Senza far parlare di sè. Operando in prima persona, senza delegazioni o ritorni d’immagine.

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Cara Addis Abeba, stando qua ho imparato a convivere con l’imprevisto, i repentini cambi di programma e la rimodulazione del tempo. Ho imparato a sentirmi diverso e a lottare per sfuggire all’etichettatura che vede il bianco come la fonte di ricchezza per eccellenza, colui che deve essere rispettato e adulato. Viviamo in una società che ci accompagna verso la catalogazione, subdola e irrefrenabile. Stare qui con te mi ha svincolato da quello schiavismo mentale contro cui si batteva Bob Marley in tempi non troppo sospetti.

Cara Addis, tu che all’inizio mi spaventavi con le tue vie troppo buie ora mi hai insegnato a camminare a testa alta ovunque io mi trovi proprio per quella strana idea che non sempre la strada più illuminata è anche la più sicura. Comunque, una volta, non ricordo quando, qualcuno mi ha detto: “apri bene gli occhi quando cammini lungo le strade di Addis Abeba. Non certo per sfuggire ai borseggiatori, quelli esistono ovunque, ma per evitare di precipitare dentro a un tombino aperto non segnalato. Dicono infatti che una volta dentro si sbuchi dall’altra parte del mondo, a testa in giù, proprio come accade ai personaggi dei cartoni animati.” Cara Addis, prima o poi arriverà anche il mio turno di buttarmici dentro. Non so ancora quando ma te lo farò sapere.

Ora però ti lascio, avrai molto di meglio da fare che ascoltare un sognatore.

Un abbraccio,

R.

L’importanza della conservazione culturale

Rift Valley

La strada che porta verso Kofole (Kofale) segue quell’incredibile fossa tettonica che è la Great Rift Valley. La stessa che leggevamo a fatica nei sussidiari di storia alle elementari. Quella che ha dato la luce al genere umano. Quella dei primi uomini che camminavano in posizione eretta. E soprattutto quella Rift Valley che resiste ancora alla brutalità della modernizzazione umana, mantenendo tutt’oggi una parvenza selvaggia e incontaminata. Se si esclude la strada asfaltata e i pali elettrici che le corrono accanto, lo sguardo è libero di vagare senza incontrare ostacoli fino ai lontani altipiani che si ergono sfocati all’orizzonte. Distese di campi coltivati, mandrie di buoi solitari e qualche termitaio sono le uniche caratteristiche fisiche che si elevano da questa landa. Tutto il resto è cielo, una valanga di cielo che sovrasta qualsiasi cosa.

Non viaggio solo. Non questa volta. Seguo il trentino Thomas Conci verso il villaggio di Kofole dove all’interno della missione cattolica del paese, grazie all’intercessione di Padre Angelo Antolini, è stato costituito un piccolo museo etnografico della cultura oromo, di cui Thomas è diventato il direttore italiano.

Io e Thomas Conci

In un paese come l’Etiopia, che si fonda sulla coesistenza centenaria di etnie e lingue diverse, un museo etnografico, anche in una piccola realtà quale quella di Kofole, è vitale. L’etnografia diventa uno strumento di conoscenza e consapevolezza per preservare una cultura prevalentemente orale che con il passare delle generazioni rischia di disperdersi. Il museo nasce non solo in un’ottica di diffusione culturale e turistica fine a se stessa ma ha obiettivi di ben più ampio respiro. Ed è proprio qui che subentra Thomas. Il suo compito non sarà semplicemente quello di dirigere e allestire il museo ma spalancare le porte della cultura oromo anche alla realtà italiana ed europea, in modo da solleticare l’interesse di ricercatori e studenti nei confronti di un etnia e di un mondo poco conosciuto all’estero.

Il bello di incontrare persone come Thomas sta proprio nel fatto che non smettono mai di stupirti. Sfuggono ad ogni collocazione sociale preimpostata; è impossibile inquadrarle in un particolare ambito lavorativo. E proprio per questo sono estremamente interessanti. Potrei definire Thomas un naturalista e un accompagnatore di territorio, fotografo ed esperto museale ma non renderei comunque onore alla vastità del suo campo di competenza e ricerca. Per questo motivo mi accontento di chiamarlo amico, uno di quelli che non ostentano le proprie conoscenze facendoti sentire una nullità. E il museo di Kofole segue proprio questa direzione. Nasce dall’umiltà delle sua stessa gente e diventa l’affresco dell’etnia più numerosa del paese. Senza sfarzi e accenni di maestosità il museo si esprime in tutta la sua ordinata semplicità, in un contesto culturale di fortissimo impatto.

Museo di Kofole, pelle di leonessa

Nonostante le placche continentali che hanno generato la Rift Valley si stiano a poco a poco allontanando e tra qualche milione di anni separeranno il Corno d’Africa dal resto del continente, il museo di Kofole si muove in direzione contraria alle forze della natura. Invece che creare ulteriore separazione punta piuttosto alla condivisione e all’unità. In una società frammentata quale quella etiope, soggetta alle forze tettoniche dell’etnocentrismo, Kofole e il suo museo rappresentano un salutare esempio di resistenza e di pace.

Il fiume di tutti

Lago Tana, pescatore su tipica imbarcazione in papiro intrecciato

Il Nilo Azzurro nasce convenzionalmente dal lago Tana e percorre circa 1400 km prima di incontrare il Nilo Bianco, in corrispondenza della capitale sudanese di Khartum. Già da bambino provavo una sorta di rispetto reverenziale verso questo fiume. Non tanto per la sua incredibile lunghezza ma per la sua importanza etnografica. Attorno ad esso è da sempre dipesa una moltitudine di vite umane, di popoli, di generazioni.

Deciso a colmare questa mia pulsione infantile mi spingo verso Nord, sulle tracce di James Bruce, il mitico esploratore scozzese a cui viene attribuita la scoperta delle sorgenti proprio del Nilo Azzurro. Non che nutra una particolare simpatia nei confronti degli avventurieri europei degli scorsi secoli, da Colombo in poi, però nel mio piccolo, con modalità diverse, condivido con loro il desiderio di scoperta ed un’innata curiosità verso lo sconosciuto. Caricato lo zaino sulle spalle, trovato il primo posto disponibile su un autobus a lunga percorrenza, il mio viaggio fa rotta verso Bahir Dar, la principale città sul lago Tana, desideroso di ammirare il Tis Abey, le cascate del Nilo Azzurro. Fin dal mio arrivo in Etiopia mi sono sempre imposto, quando possibile, di condividere i miei viaggi con i locali, nonostante sia più difficile, scomodo o addirittura pericoloso. Sia per motivi economici ma soprattutto perchè desidero scostarmi il più possibile dalla figura del semplice turista. Non posso cambiare il colore della mia pelle, non posso fare nulla per scrollarmi di dosso l’appellativo di faranji; ciò che posso invece fare è scendere dal piedistallo della superiorità culturale che noi occidentali ostentiamo, magari senza rendercene conto. Scendere e mescolarmi, senza rifugiarmi nella monotonia dei villaggi con ogni confort, dei voli business o delle false relazioni.

Nilo Azzurro, dopo il ponte dei portoghesi

Ho sempre guardato al Nilo come il fiume dell’uguaglianza, della vita, della rinascita, forse dell’integrazione. Sopravvivendo alle temperature del Sahara ha stretto un tacito accordo con il genere umano.

Arrivo al sito dopo un’ora di strada sterrata dalla città di Bahir Dar. Non appena metto piede giù dal minibus vengo attorniato da sciami di bambini che cercano di rifilarmi ogni genere di souvenir. Nonostante mi impegni, nonostante la buona volontà, non riesco a sottrarmi dal provare una minima sensazione di fastidio nei loro confronti, proprio a causa dell’insistenza e della tenacia con cui ti seguono. All’inizio provo con l’approccio comunicativo, per conoscerli, per accorciare le distanze ma tutto finisce sempre con il ricondursi alla solita dialettica venditore-cliente. Sembra che davanti a loro non ci sia una persona ma piuttosto una banconota, soldi facili. Gli è stato insegnato così, non possono fare altrimenti. Il bianco prima di essere persona, amico, passante è una potenziale miniera d’oro. Penso ai loro genitori, ai più anziani, che si guardano bene dal presentarsi e mandano i bambini in prima fila a raccogliere soldi e compassione.

Il fiume scorre placido accanto al sentiero. Se mi fermo un attimo ad ascoltare posso percepire uno scrosciare lontano, un infrangersi di acque. Manca poco alle cascate.

Nilo Azzurro, Ponte dei portoghesi

Poi faccio qualcosa che nessuno di quei bambini si sarebbe mai aspettato da un faranji. Smetto di parlargli, mi fermo improvvisamente e proprio quando sto per essere investito dalle loro voci mi siedo. Mi metto per terra, tra la polvere, la testa contro il tronco di un albero. I bambini increduli interrompono qualsiasi attività. Smettono di urlare. Si bloccano. Mai si sarebbero aspettati che io, occidentale bianco dalle tasche piene mi piegassi a tanto. Una ragazza etiope, dallo smalto rosa e dai grandi occhiali da sole neri, una turista in visita alle cascate, rimane sbigottita dal mio atteggiamento. Quasi schifata. I bambini si uniscono al mio silenzio, si fa largo in loro la curiosità. Gli è stato detto di assaltare uomini e donne bianchi, personaggi fieri che camminano a testa alta concedendo qualche mancia qua e là. Non capiscono perchè un uomo ricco e benestante debba sedersi nel fango. Non è normale.

Attraverso il ponte costruito dai portoghesi nel XVI secolo e mi trovo finalmente faccia faccia con la potenza della natura.

Tis Abey, cascate del Nilo Azzurro, bocca principale

In quel inaspettato silenzio l’unico a parlare è il fiume, saluta l’uomo e ancora una volta gli rende omaggio rendendolo partecipe del suo precipitare. E noi, persone, forse un po’ più uguali di prima, non possiamo fare altro che tacere e augurargli buon viaggio per i successivi 5223 km che lo separano dalle acque del Mar Mediterraneo.

Etiopia-Repubblica Dominicana e ritorno

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Nonostante fino ad adesso, su questo blog, siano apparse notizie e racconti riguardanti solo ed esclusivamente il mondo etiope, oggi farò uno strappo alla regola. Lo faccio nell’interesse di tutti, perchè ritengo che questa storia debba essere diffusa e conosciuta. Lo faccio perchè a volte ci capita di incontrare eroi con sembianze umane ma siamo così distratti e sprovveduti da non fermarci ad ascoltarli. Siamo così intenti a guardare lungo il nostro sentiero che non ci accorgiamo di quanto magnifica sia la foresta. Essi non portano al collo medaglie e non hanno appuntato al petto alcun distintivo. Sono eroi così normali da sembrare banali. Ed è proprio per questa loro apparente ordinarietà che non saltano all’occhio.

Oggi vi racconto la storia di Padre Christopher Hartley, eroe solitario, che ha affrontato a viso aperto l’inferno delle piantagioni di canna da zucchero in Repubblica Dominicana, denunciando un sistema malato, cercando di restituire una dignità ai suoi lavoratori, ossia i migliaia di immigrati haitiani qui sopraggiunti in cerca di un futuro. Ma facciamo un passo indietro.

L’isola di Hispaniola, ad est di Cuba, comprende due stati sovrani: il più occidentale è Haiti mentre nella parte orientale si estende la Repubblica Dominicana. Sebbene da una prima analisi geografica non emergano particolari differenze, dal punto di vista socio-economico vi è un abisso che li separa. Haiti è a tutti gli effetti uno dei paesi più poveri al mondo, con un reddito pro-capite da fame e aspettative di vita inferiori ai 50 anni. Va da sè che molti haitiani sognano di trasferirsi nella più ricca Repubblica Domenicana sin da bambini. Tutti inseguono il sogno di una redenzione, la ricerca di una sfocata felicità. Questo sogno diventa realtà durante la stagione della raccolta della canna da zucchero, prodotto chiave dell’economia isolana, che i dominicani esportano, come via preferenziale, verso gli Stati Uniti. Quello della canna da zucchero è una fonte di reddito primaria, un impero in mano a pochi grandi proprietari terrieri, latifondisti che si servono della manodopera haitiana, i braceros, per mantenere bassi i costi. Questi fanno entrare migliaia di braccianti clandestinamente attraverso i confini di terra, scarsamente controllati, per stiparli poi nei bateyes, villaggi monoetnici, veri e propri ghetti all’interno delle piantagioni. Così come i loro progenitori, gli haitiani lavorano in regime di semi schiavitù, senza regolare contratto, senza possibilità di avanzamento sociale. Coltivano la speranza di poter un giorno tornare dalle proprie famiglie, in patria, ma il più delle volte il viaggio verso la Repubblica Dominicana si rivela di sola andata. La paga che ricevono settimanalmente per la raccolta della canna basta a mala pena per sfamare loro stessi, per non parlare delle malattie che gli anni di logorante lavoro nei campi comportano.

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È così da sempre. E mai nessuno si è sognato di cambiare qualcosa. Fino a quando, a fine anni ’90 sopraggiunge una speranza. È stato infatti nominato un nuovo prete nella parrocchia di Los Llanos, un europeo di radici anglo-spagnole con un passato da missionario con Madre Teresa, a Calcutta. Un tale Christopher Hartley. Sin da subito, dal suo arrivo nel 1997, Padre Christopher è determinato a cambiare le cose ed inizia la sua piccola pacifica lotta contro l’impero dei Vicini, la famiglia latifondista proprietaria della piantagione di Los Llanos. Ma ben presto la sfida intrapresa dal prete si rivela più complicata del previsto. Non solo si trova a combattere contro un sistema omertoso, fatto di violenza e mazzette, ma capisce immediatamente che il compito più arduo sarà quello di riuscire a cambiare la mentalità degli stessi haitiani, che accettano passivamente tutte le ingiustizie ed i soprusi che vengono loro inflitti. Padre Christopher non si accontenta però dei primi successi, non gli basta veder costruire nuovi bateyes in sostituzione a quelli vecchi che erano privi di qualsiasi accorgimento igienico sanitario. Vuole di più, come ricorda lui stesso in un’intervista: “[…] il problema non è mettere un cavo elettrico o una cisterna d’acqua in più. Tu puoi dipingere d’oro la gabbia delle scimmie ma continua ad essere una gabbia. Il problema è togliere la rete ed insegnare i braceros a vivere liberi. Se poi vogliono restare è affare loro. Però devono sapere che possono essere liberi di andarsene”. Padre Christopher li convince a scioperare e parla loro dell’esistenza di uno stato di diritto: “[…] loro non sanno cosa significhi la parola diritto, non la conoscono […] I braceros sono persone che, per il colore della pelle, per il luogo di in cui sono nati, per i genitori che hanno, ritengono che questo sia il loro destino. È una concezione fatalista della vita, non hanno nemmeno le energie per lottare”.

I braceros haitiani considerano Padre Christopher una guida, e non solo spirituale. In breve tempo è riuscito a vincere numerose battaglie a loro favore, inserendoli nell’universo dei diritti umani di cui loro stessi faticavano a capire il senso. Ma non si può dire altrettanto per i nativi dominicani di Los Llanos che, in parte incoraggiati (spesso economicamente) dalla influente famiglia Vicini, iniziano una campagna di diffamazione nei confronti del prete. Cominciano così ad apparire le prime scritte che inneggiano ad una sua espulsione, seguite da minacce di morte. Inizialmente la chiesa difende l’operato di Christopher, ma è solo questione di tempo e anche lei cederà ai ricatti del vil denaro. Le accuse diventano infatti sempre più ridicole ed infamanti: si arriva ad affermare che il parroco starebbe tentando di “haitianizzare” il territorio dominicano, favorendo l’inserimento di ubriaconi e nullatenenti, quali gli immigrati haitiani, rubando il lavoro ai locali. Sarà poi lo stesso vescovo di San Pedro de Macoris, Monsignor Francisco Ozoria Acosta, ad “invitare” Padre Christopher a lasciare i suoi incarichi pastorali in Repubblica Dominicana.

Christopher Hartley nel villaggio di Gode, Etiopia

Christopher Hartley è stato missionario cattolico nella parrocchia di Los Llanos, nella provincia di San Pedro de Macoris, in Repubblica Dominicana, dal 1997 al 2006, anno della sua espulsione del paese. Oggi Padre Christopher è parroco di Gode un villaggio nel sud dell’Etiopia, ai confini con la Somalia. L’ho conosciuto ad Addis Abeba e mi ha raccontato la sua storia. La sua lotta per l’integrazione e l’uguaglianza sociale per i più poveri non si è mai arrestata, nemmeno dopo l’espulsione. Qui, a Gode, in Etiopia, Christopher deve fare i conti con una maggioranza della popolazione di etnia somala, per lo più musulmana, con tradizioni e costumi divergenti rispetto gli amhara, il ceppo dominante etiope, di religione prevalentemente cristiana. La missione di Christopher dunque continua, con altri suoni e altri colori ma con l’entusiasmo e la dedizione di sempre. Un eroe senza maschera, che sfida a viso scoperto le ingiustizie della società. Non per lui, no di certo, ma per tutti noi.

Dalla storia di Padre Christopher Hartley sono stati tratti numerosi documentari, vi segnalo i più noti che troverete facilmente su Youtube:

The price of sugar, diretto da Bill Haney (inglese)

Inferno di zucchero, diretto da Adriano Zecca (italiano)

Foglie d’Oriente

All’inizio non capivo perchè scelse di fermarsi qui. Perchè tra le varie città in cui avrebbe potuto dirigersi optò proprio per Harar? Mi riferisco ad Arthur Rimbaud, grande poeta francese, che si trasferì in Etiopia nel 1880, a termine di una serie di peregrinazioni che lo avevano portato a conoscere paesi quali la Germania, l’Italia e persino lo Yemen. Solo dopo aver trascorso qualche giorno in città, parecchi anni dopo l’arrivo di Rimbaud, la verità mi appare limpida davanti agli occhi. Certo, i libri di storia e le guide turistiche vi diranno che il poeta ebbe particolare fortuna nel commercio delle armi e del caffè, attività che lo trattenne lontano dalla madre patria per oltre dieci anni. Forse. Ma io sono convinto che rimase certamente più colpito da altro, che la motivazione della sua permanenza ad Harar fosse giustificata anche dalla presenza dei cosidetti “fiori del paradiso”. Il chat o qat, la foglia della pianta Catha edulis, già all’epoca, veniva masticata da molta gente del posto. Un poeta della fama di Rimbaud, inserito nella categoria letteraria dei maudits, dei maledetti, non avrebbe certamente potuto resistere al fascino esotico di questa droga, per di più legale, che riempe tutt’oggi le bocche di moltissimi abitanti dell’Etiopia orientale.

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Una volta superate le magiche mura della città vecchia ci si rende immediatamente conto di come il tempo si sia fermato. Non penso che Rimbaud, una volta giunto dove mi trovo io ora, più di centotrenta anni fa, abbia assistito ad uno spettacolo molto differente. Valanghe di persone indaffarate si accalcano nella ragnatela di minuscole vie che compongono il nucleo originario della città antica. Vendono o comprano qualcosa e chi non è impegnato in nessuna di queste attività o è un bambino, che corre selvaggiamente dietro ad una ruota artigianale, oppure appartiene alla categoria dei masticatori recidivi di chat. Quest’ultimi ne hanno masticato così tanto da non avere altro scopo nella vita se non continuare a farlo. Se smettessero si renderebbero conto di quanto infima sia la loro esistenza. E proprio per questa ragione che masticano; preferiscono non rendersene conto. Consumati dalla dipendenza, afflosciati come corpi senza peso ai lati delle strade, contribuiscono a comporre quel gran guazzabuglio di colori che sono le vie di Harar. Facendosi largo tra gli angusti passaggi di uno dei due mercati storici della città, non potrete non urtare gli enormi sacchi di incenso, piuttosto che pestare le sterminate distese di peperoncino locale steso ad essicare prima di essere triturato.

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Harar attira inoltre orde di turisti grazie ai particolari incontri con la fauna selvatica. Dopo le 19, al calare delle tenebre, piccoli branchi di iene si avvicinano alle mura della città per rovistare tra l’immondizia. Non occorre sottolineare che un gruppo di persone, denominati “uomini delle iene”, abbiano creato un vero e proprio business grazie alla presenza di tali animali, dando vita ogni sera a spettacoli circensi, dove agli stessi turisti (previo compenso) è concesso sfamare i silenziosi predatori dagli occhi verdi.

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Si finisce per innamorarsi di Harar, del suo caotico centro e delle vie asfissianti. Delle sue ampie case dai tappeti colorati e dalle pareti ricoperte di gingilli. Delle favole antiche che la riguardano, che narrano di conquistatori e tesori perduti. Mi allontano a fatica da questo mondo incantato un giovedì mattina presto, le tenebre avvolgono ancora la città. Mi dirigo verso la fermata dell’autobus dove un mezzo mi dovrebbe riportare verso casa. Tutto intorno è silenzio. A farmi compagnia è solo il suono cadenzato dei miei passi. Carico di sonno, disperso tra i miei pensieri, inizialmente non mi accorgo nemmeno di una cantilena che, prima sommessamente, poi sempre più forte, comincia a diffondersi nell’aria. Trasalendo dal torpore del mio errare, mi rendo finalmente conto di cosa si tratta. Sono i novantanove Imam delle novantanove moschee della città vecchia che richiamano i fedeli alla preghiera. A loro modo, inconsapevolmente, mi porgono un saluto e mi accompagnano lungo la via. In mezzo al quel coro ascetico fuoriesco dalla mia solitudine, lascio alle spalle le mura della città e mi dirigo verso ovest.

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Cavalli d’Etiopia

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La storia che vi apprestate a leggere è frutto della fantasia dell’autore. Niente di quello che troverete è riconducibile alla realtà dei fatti. Però è bello pensare che le cose siano andate proprio in questo modo.

 C’era una volta, in un passato non troppo lontano, un cavallo etiope che per lunghi anni aveva servito fedelmente il suo padrone, accompagnandolo ovunque egli desiderasse, trasportando qualsiasi genere di peso. Un giorno che i due erano di ritorno da un mercato di paese incontrarono lungo il sentiero un branco di lupi affamati. Vista la disparità numerica, all’uomo non restava altra scelta che spingere il suo fedele cavallo al galoppo nella direzione opposta a quella dei nemici. Ma non ebbe nemmeno il tempo di girarsi che l’intero branco gli fu addosso, senza che potesse battere ciglio. Il cavallo scalciò e si dimenò, fece di tutto per difendere il suo padrone. In tutto quel vorticare di zanne e artigli, riuscì tuttavia a crearsi uno spazio di fuga e, senza farselo ripetere due volte, galoppò via. Quando furono abbastanza lontani da potersi considerare salvi, fu allora che l’uomo notò costernato la ferita che si apriva lungo l’arto posteriore della povera bestia. L’animale non solo si era battuto per difendere il proprio cavaliere dall’attacco nemico, ma era anche riuscito a portarlo in salvo, non curante del dolore lancinante che la ferita gli provocava. Stremato dalla battaglia e dalla lunga fuga, il cavallo si accasciò, esausto, al suolo. L’uomo realizzò immediatamente la gravità della situazione. Anche se il taglio si fosse rimarginato, anche se l’animale fosse riuscito a rimettersi sulle proprie zampe, non avrebbe mai più potuto correre al galoppo, tanto meno trasportare pesanti carichi. Gli artigli dei lupi erano affondati troppo in profondità, recidendo tendini e muscoli. L’uomo, in lacrime, estrasse il coltello e si avvicinò singhiozzante al suo fedele compagno. L’animale dall’altra parte lo vedeva avvicinarsi, l’arma in mano. Consapevole della sua imminente fine, chiuse gli occhi e abbassò il collo, sperando solo che tutto finisse il prima possibile. Ma ciò che si aspettava non avvenne. Non sentì nessuna lama penetrargli la carne. Quando alzò lo sguardo per capire cosa fosse successo, vide il coltello a terra e poco più lontano il suo padrone che si allontanava barcollante lungo il sentiero. Non aveva avuto il coraggio di affondare il colpo. In nome di quel legame che gli aveva sempre tenuti uniti, l’uomo si era rifiutato di dare la morte all’amico inerme.

Cosa successe dopo, cosa ne fu dell’uomo o del suo fedele destriero nessuno lo sa con certezza. Ancora oggi però, lungo le strade etiopi, vedrete decine di vecchi cavalli, dal manto ormai ispido e grigio, con zampe magre e malconce, fissare l’ignoto. Alcuni dicono che siano tutti figli di questa leggenda. Dicono che stiano aspettando il loro padrone, l’unico in grado di concedergli l’estremo saluto. L’unica cosa certa è che da quel giorno, dal giorno in cui l’uomo lasciò cadere la lama, nessun uomo etiope si è mai più azzardato ad uccidere un cavallo. Da quel giorno essi vagano liberi come l’aria, con un occhio sempre rivolto all’orizzonte.

Terra Rossa

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Se nelle grandi città, e in tutte le strade battute dai turisti, l’uomo bianco è inquadrato come l’entità economica per eccellenza, la gallina dalle uova d’oro, nei piccoli centri rurali i sentimenti capitalistici lasciano spazio ad una genuina meraviglia. Gli abitanti non sembrano essere contaminati da questo desiderio di ricchezza e vedono il diverso con puro stupore, con occhi nuovi da bambino.

Il villaggio di Shalala appartiene a questa seconda categoria. Situato nel cuore della regione del Sud, a 18 km di strada sterrata dalla città di Hosanna, Shalala è un paradiso di pace e natura che affonda le sue radici nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’apicoltura. Ed è stata proprio quest’ultima la ragione della mia trasferta.

Nel 2008, proprio a Shalala, grazie all’intercessione delle associazioni di Modena per gli altri e Parma per gli altri (MoxA, PPA), del gruppo CONAPI (consorzio apicoltori e agricoltori biologici italiani) e della fondazione Slow Food per la biodiversità, un gruppo di 22 apicoltori si riunisce nella Shalala Beekeepers Association con la finalità di salvaguardare e valorizzare la produzione del miele, uno dei marchi alimentari più rappresentativi dell’Etiopia (primo paese in Africa per quantità di miele prodotta).

La motivazione del mio viaggio, che all’inizio era racchiusa nella sigla altisonante monitoraggio risorse e formazione nuovi apicoltori, si trasforma ben presto nella più umana guarda, ascolta, impara.

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Appena metto piede nel villaggio, sento di essere scrutato, osservato, analizzato. La prima reazione, la più istintiva mi porterebbe a fuggire, a ricercare un rifugio. Poi metabolizzo, realizzo che sono qui per capire qualcosa di più, non per nascondere la testa sotto il cuscino. Pian piano, non senza esitazione, metto un piede fuori dall’uscio delle mie paure e mi affaccio al mondo che mi circonda.

Ed arrivano loro, i bambini.

Sporchi, scalzi con vestiti logori appartenuti a chissà quale bambino occidentale. Ti vengono vicino, ma non troppo, l’eccitazione che li pervade è palpabile ma, dall’altro lato, non sanno bene cosa hanno di fronte, cosa aspettarsi da un incontro ravvicinato con un bianco, un ferenji. Quei bambini che già in tenera età imparano a condurre gli animali al pascolo, a tenere una gallina ben salda per le zampe, che corrono scalzi tra i sassi, che fanno il bagno nudi nei torrenti, sono gli stessi che ora mi guardano con un’espressione attonita, come se avessero di fronte un alieno.

Per la prima volta in vita mia percepisco che cosa si prova ad essere veramente diversi.

Hanno di fronte un ragazzo, alto, con la carnagione troppo pallida e dai capelli troppo lisci. Decido però di fare la prima mossa, di provare a rompere le barriere culturali che ci separano allungando il braccio, la mano aperta con il palmo rivolto verso l’alto, nella loro direzione. Il più coraggioso del gruppo, per nulla intimorito dalla mia gestualità, risponde, allo stesso modo, avvicinando la sua mano alla mia. Quando i nostri palmi entrano in contatto accade qualcosa di straordinario. Gli sguardi sospettosi si tramutano in ampi sorrisi, e quasi tutti, una decina almeno, finiscono con l’avvinghiarsi a me, chi tenendomi le braccia, chi afferandomi le dita, nella speranza di un contatto con quel diverso, che poi, così diverso forse non è. I muri dell’alterità, che fino a quel momento ci mantenevano a distanza, cadono in frantumi. La voce che un ferenji in carne e ossa sta passeggiando tra le vie del villaggio non tarda a diffondersi e prima mi ritrovo seduto nell’unico bar di paese con un gruppo di contadini che mi offre birra, poi fotografato in lontananza da un cellulare posseduto da qualche improvvisato paparazzo. In questo nuovo mondo ricoperto da cieli stellati e distese di eucalipti ho cercato di stabilire un contatto che va ben al di là delle differenze linguistiche.

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Mi rimetto in marcia su quella strada di terra rossa che da Hosanna mi aveva portato qui. Quella terra rossa che non riesce ad assorbire tutta l’acqua che scroscia di continuo dal cielo e dunque si sfalda, facendo brandelli di quell’unica via che può riportarmi alla civiltà. La jeep arranca, scivola, si contorce nel fango finendo inevitabilmente per coricarsi nel fosso. Bisognerà spingere. Ma questa è un’altra storia, un’altra avventura.