Cavalli d’Etiopia

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La storia che vi apprestate a leggere è frutto della fantasia dell’autore. Niente di quello che troverete è riconducibile alla realtà dei fatti. Però è bello pensare che le cose siano andate proprio in questo modo.

 C’era una volta, in un passato non troppo lontano, un cavallo etiope che per lunghi anni aveva servito fedelmente il suo padrone, accompagnandolo ovunque egli desiderasse, trasportando qualsiasi genere di peso. Un giorno che i due erano di ritorno da un mercato di paese incontrarono lungo il sentiero un branco di lupi affamati. Vista la disparità numerica, all’uomo non restava altra scelta che spingere il suo fedele cavallo al galoppo nella direzione opposta a quella dei nemici. Ma non ebbe nemmeno il tempo di girarsi che l’intero branco gli fu addosso, senza che potesse battere ciglio. Il cavallo scalciò e si dimenò, fece di tutto per difendere il suo padrone. In tutto quel vorticare di zanne e artigli, riuscì tuttavia a crearsi uno spazio di fuga e, senza farselo ripetere due volte, galoppò via. Quando furono abbastanza lontani da potersi considerare salvi, fu allora che l’uomo notò costernato la ferita che si apriva lungo l’arto posteriore della povera bestia. L’animale non solo si era battuto per difendere il proprio cavaliere dall’attacco nemico, ma era anche riuscito a portarlo in salvo, non curante del dolore lancinante che la ferita gli provocava. Stremato dalla battaglia e dalla lunga fuga, il cavallo si accasciò, esausto, al suolo. L’uomo realizzò immediatamente la gravità della situazione. Anche se il taglio si fosse rimarginato, anche se l’animale fosse riuscito a rimettersi sulle proprie zampe, non avrebbe mai più potuto correre al galoppo, tanto meno trasportare pesanti carichi. Gli artigli dei lupi erano affondati troppo in profondità, recidendo tendini e muscoli. L’uomo, in lacrime, estrasse il coltello e si avvicinò singhiozzante al suo fedele compagno. L’animale dall’altra parte lo vedeva avvicinarsi, l’arma in mano. Consapevole della sua imminente fine, chiuse gli occhi e abbassò il collo, sperando solo che tutto finisse il prima possibile. Ma ciò che si aspettava non avvenne. Non sentì nessuna lama penetrargli la carne. Quando alzò lo sguardo per capire cosa fosse successo, vide il coltello a terra e poco più lontano il suo padrone che si allontanava barcollante lungo il sentiero. Non aveva avuto il coraggio di affondare il colpo. In nome di quel legame che gli aveva sempre tenuti uniti, l’uomo si era rifiutato di dare la morte all’amico inerme.

Cosa successe dopo, cosa ne fu dell’uomo o del suo fedele destriero nessuno lo sa con certezza. Ancora oggi però, lungo le strade etiopi, vedrete decine di vecchi cavalli, dal manto ormai ispido e grigio, con zampe magre e malconce, fissare l’ignoto. Alcuni dicono che siano tutti figli di questa leggenda. Dicono che stiano aspettando il loro padrone, l’unico in grado di concedergli l’estremo saluto. L’unica cosa certa è che da quel giorno, dal giorno in cui l’uomo lasciò cadere la lama, nessun uomo etiope si è mai più azzardato ad uccidere un cavallo. Da quel giorno essi vagano liberi come l’aria, con un occhio sempre rivolto all’orizzonte.

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Terra Rossa

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Se nelle grandi città, e in tutte le strade battute dai turisti, l’uomo bianco è inquadrato come l’entità economica per eccellenza, la gallina dalle uova d’oro, nei piccoli centri rurali i sentimenti capitalistici lasciano spazio ad una genuina meraviglia. Gli abitanti non sembrano essere contaminati da questo desiderio di ricchezza e vedono il diverso con puro stupore, con occhi nuovi da bambino.

Il villaggio di Shalala appartiene a questa seconda categoria. Situato nel cuore della regione del Sud, a 18 km di strada sterrata dalla città di Hosanna, Shalala è un paradiso di pace e natura che affonda le sue radici nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’apicoltura. Ed è stata proprio quest’ultima la ragione della mia trasferta.

Nel 2008, proprio a Shalala, grazie all’intercessione delle associazioni di Modena per gli altri e Parma per gli altri (MoxA, PPA), del gruppo CONAPI (consorzio apicoltori e agricoltori biologici italiani) e della fondazione Slow Food per la biodiversità, un gruppo di 22 apicoltori si riunisce nella Shalala Beekeepers Association con la finalità di salvaguardare e valorizzare la produzione del miele, uno dei marchi alimentari più rappresentativi dell’Etiopia (primo paese in Africa per quantità di miele prodotta).

La motivazione del mio viaggio, che all’inizio era racchiusa nella sigla altisonante monitoraggio risorse e formazione nuovi apicoltori, si trasforma ben presto nella più umana guarda, ascolta, impara.

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Appena metto piede nel villaggio, sento di essere scrutato, osservato, analizzato. La prima reazione, la più istintiva mi porterebbe a fuggire, a ricercare un rifugio. Poi metabolizzo, realizzo che sono qui per capire qualcosa di più, non per nascondere la testa sotto il cuscino. Pian piano, non senza esitazione, metto un piede fuori dall’uscio delle mie paure e mi affaccio al mondo che mi circonda.

Ed arrivano loro, i bambini.

Sporchi, scalzi con vestiti logori appartenuti a chissà quale bambino occidentale. Ti vengono vicino, ma non troppo, l’eccitazione che li pervade è palpabile ma, dall’altro lato, non sanno bene cosa hanno di fronte, cosa aspettarsi da un incontro ravvicinato con un bianco, un ferenji. Quei bambini che già in tenera età imparano a condurre gli animali al pascolo, a tenere una gallina ben salda per le zampe, che corrono scalzi tra i sassi, che fanno il bagno nudi nei torrenti, sono gli stessi che ora mi guardano con un’espressione attonita, come se avessero di fronte un alieno.

Per la prima volta in vita mia percepisco che cosa si prova ad essere veramente diversi.

Hanno di fronte un ragazzo, alto, con la carnagione troppo pallida e dai capelli troppo lisci. Decido però di fare la prima mossa, di provare a rompere le barriere culturali che ci separano allungando il braccio, la mano aperta con il palmo rivolto verso l’alto, nella loro direzione. Il più coraggioso del gruppo, per nulla intimorito dalla mia gestualità, risponde, allo stesso modo, avvicinando la sua mano alla mia. Quando i nostri palmi entrano in contatto accade qualcosa di straordinario. Gli sguardi sospettosi si tramutano in ampi sorrisi, e quasi tutti, una decina almeno, finiscono con l’avvinghiarsi a me, chi tenendomi le braccia, chi afferandomi le dita, nella speranza di un contatto con quel diverso, che poi, così diverso forse non è. I muri dell’alterità, che fino a quel momento ci mantenevano a distanza, cadono in frantumi. La voce che un ferenji in carne e ossa sta passeggiando tra le vie del villaggio non tarda a diffondersi e prima mi ritrovo seduto nell’unico bar di paese con un gruppo di contadini che mi offre birra, poi fotografato in lontananza da un cellulare posseduto da qualche improvvisato paparazzo. In questo nuovo mondo ricoperto da cieli stellati e distese di eucalipti ho cercato di stabilire un contatto che va ben al di là delle differenze linguistiche.

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Mi rimetto in marcia su quella strada di terra rossa che da Hosanna mi aveva portato qui. Quella terra rossa che non riesce ad assorbire tutta l’acqua che scroscia di continuo dal cielo e dunque si sfalda, facendo brandelli di quell’unica via che può riportarmi alla civiltà. La jeep arranca, scivola, si contorce nel fango finendo inevitabilmente per coricarsi nel fosso. Bisognerà spingere. Ma questa è un’altra storia, un’altra avventura.

Destinazione Woliso

La strada per Woliso

Delle tre strade che lasciano Addis Abeba per immergersi nello sterminato sud, quella per Woliso è la più occidentale. Se volessi proseguire, il percorso asfaltato mi porterebbe fino a Jimma, la città più importante della regione, nonchè punto d’accesso privilegiato alla celebre Valle dell’Omo.

Ma torniamo a noi, torniamo a Woliso.

Lasciare i fumi e il traffico della caotica Addis Abeba e scendere verso le lussureggianti distese collinari che sorgono intorno alla Rift Valley, credetemi, è uno spettacolo per gli occhi. Le forti piogge della stagione fredda, che possono protrarsi fino alla fine di settembre, tingono la campagna a sud della capitale di un verde intenso, mentre l’aria umida, carica di odori, si espande in tutto l’abitacolo del fuoristrada su cui sto viaggiando.

Ciò nonostante la città mi accoglie in tutta la sua ordinaria confusione. I celebri minibus che affollavano Addis Abeba lasciano il posto ai bajaj, vere e proprie apecar con tre posti nella parte posteriore (quando dico tre posti intendo che le vetture sarebbero omologate per trasportare al massimo tre passeggeri, inutile sottolineare che mi sono trovato a viaggiare anche in cinque, animali esclusi). I bajaj schizzano per la via principale, intorno alla quale si sviluppa la popolosa cittadina di Woliso. Sebbene la cementificazione la stia facendo da padrona, la sua vera natura di centro rurale non tarda a manifestarsi.

Ai lati della strada maestra, tra le orde impazzite dei bajaj, si osserva un’umanità in movimento, estremamente variegata. I contadini, sporchi di fango fino alle ginocchia, accompagnano le pecore verso il mercato. Un agnellino si allontana dal resto del branco e rischia di anticipare prematuramente la sua Pasqua. Poco più in là, quattro muli si spostano lentamente sotto il pesante carico di fieno che li sormonta, apparentemente non curanti delle frustate che il loro allevatore gli sommistra ripetutamente. Un gruppetto di bambini corre scalzo, schivando, quando possibile, i cumoli di sterco lasciati da qualche bestia di passaggio. Una donna cammina frettolosa, trasportando una gallina viva sotto il braccio. La tiene saldamente per le zampe, è consapevole di trasportare un bagaglio prezioso; probabilmente la vendita di quella gallina potrebbe bastare a sfamare lei e i suoi figli per un mese.

Anche se a primo impatto mi sento straniero in una terra che non mi appartiene, non percepisco ostilità nei miei confronti. In qualche modo la città mi sta dando il suo benvenuto, mi porge un saluto fatto di terra e cielo, e mi augura buona strada.

Benvenuti ad Addis Abeba

Addis Abeba

Addis Abeba

Voi che seduti alla guida della vostra macchina stramaledite la vettura che vi precede perchè emette fumi neri poco piacevoli alle vie riespiratorie, siete invitati a circolare nell’arteria urbana di Addis Abeba, un qualsivoglia giorno della settimana, preferibilmente nel mese di agosto. Non pensate infatti che la notevole altitudine (2400m) alla quale si estende la città, diffonda tra le vie profumi di violetta e gelsomino. Tutt’altro. Il cielo grigio, carico di pioggia, della stagione fredda, unito agli scarichi delle macchine, rigorosamente Toyota (mai di recente immissione sul mercato), rendono l’aria irrespirabile.

Sebbene questa introduzione non lasci presagire nulla di buono dal traffico della capitale, devo ammettere di essere rimasto strordinariamente colpito dalla disciplina e dalla totale rilassatezza con cui conducono le vetture gli etiopi. La sensazione rimane infatti che sulla strada convivano con pari dignità veicoli e persone e che il motto tutto italiano del io c’ho il macchinone e tu chi cavolo sei con quella utilitaria scompaia. Qualsiasi parvenza di lontananza tra “categorie motorie” non trova più ragione di essere e lascia il posto a vigorosi cenni di capo, seguiti da ampi gesti laterali della mano. Ma forse ciò che davvero colpisce di più sono i vigili, intenti a smistare il traffico nelle loro divise troppo larghe, concentrati ma sempre sorridenti, fieri della loro posizione, incuranti dei quantitativi di CO2 che quotidianamente divorano.

In questo ecosistema urbano nessuno recita fuori dal coro e la sensazione che ti assale è proprio che tutti si muovano non tanto perché debbano andare da qualche parte, non perchè abbiano una meta da raggiungere o un orario da rispettare ma semplicemente perchè devono. Stop! (Forse)