Terra Rossa

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Se nelle grandi città, e in tutte le strade battute dai turisti, l’uomo bianco è inquadrato come l’entità economica per eccellenza, la gallina dalle uova d’oro, nei piccoli centri rurali i sentimenti capitalistici lasciano spazio ad una genuina meraviglia. Gli abitanti non sembrano essere contaminati da questo desiderio di ricchezza e vedono il diverso con puro stupore, con occhi nuovi da bambino.

Il villaggio di Shalala appartiene a questa seconda categoria. Situato nel cuore della regione del Sud, a 18 km di strada sterrata dalla città di Hosanna, Shalala è un paradiso di pace e natura che affonda le sue radici nell’agricoltura, nell’allevamento e nell’apicoltura. Ed è stata proprio quest’ultima la ragione della mia trasferta.

Nel 2008, proprio a Shalala, grazie all’intercessione delle associazioni di Modena per gli altri e Parma per gli altri (MoxA, PPA), del gruppo CONAPI (consorzio apicoltori e agricoltori biologici italiani) e della fondazione Slow Food per la biodiversità, un gruppo di 22 apicoltori si riunisce nella Shalala Beekeepers Association con la finalità di salvaguardare e valorizzare la produzione del miele, uno dei marchi alimentari più rappresentativi dell’Etiopia (primo paese in Africa per quantità di miele prodotta).

La motivazione del mio viaggio, che all’inizio era racchiusa nella sigla altisonante monitoraggio risorse e formazione nuovi apicoltori, si trasforma ben presto nella più umana guarda, ascolta, impara.

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Appena metto piede nel villaggio, sento di essere scrutato, osservato, analizzato. La prima reazione, la più istintiva mi porterebbe a fuggire, a ricercare un rifugio. Poi metabolizzo, realizzo che sono qui per capire qualcosa di più, non per nascondere la testa sotto il cuscino. Pian piano, non senza esitazione, metto un piede fuori dall’uscio delle mie paure e mi affaccio al mondo che mi circonda.

Ed arrivano loro, i bambini.

Sporchi, scalzi con vestiti logori appartenuti a chissà quale bambino occidentale. Ti vengono vicino, ma non troppo, l’eccitazione che li pervade è palpabile ma, dall’altro lato, non sanno bene cosa hanno di fronte, cosa aspettarsi da un incontro ravvicinato con un bianco, un ferenji. Quei bambini che già in tenera età imparano a condurre gli animali al pascolo, a tenere una gallina ben salda per le zampe, che corrono scalzi tra i sassi, che fanno il bagno nudi nei torrenti, sono gli stessi che ora mi guardano con un’espressione attonita, come se avessero di fronte un alieno.

Per la prima volta in vita mia percepisco che cosa si prova ad essere veramente diversi.

Hanno di fronte un ragazzo, alto, con la carnagione troppo pallida e dai capelli troppo lisci. Decido però di fare la prima mossa, di provare a rompere le barriere culturali che ci separano allungando il braccio, la mano aperta con il palmo rivolto verso l’alto, nella loro direzione. Il più coraggioso del gruppo, per nulla intimorito dalla mia gestualità, risponde, allo stesso modo, avvicinando la sua mano alla mia. Quando i nostri palmi entrano in contatto accade qualcosa di straordinario. Gli sguardi sospettosi si tramutano in ampi sorrisi, e quasi tutti, una decina almeno, finiscono con l’avvinghiarsi a me, chi tenendomi le braccia, chi afferandomi le dita, nella speranza di un contatto con quel diverso, che poi, così diverso forse non è. I muri dell’alterità, che fino a quel momento ci mantenevano a distanza, cadono in frantumi. La voce che un ferenji in carne e ossa sta passeggiando tra le vie del villaggio non tarda a diffondersi e prima mi ritrovo seduto nell’unico bar di paese con un gruppo di contadini che mi offre birra, poi fotografato in lontananza da un cellulare posseduto da qualche improvvisato paparazzo. In questo nuovo mondo ricoperto da cieli stellati e distese di eucalipti ho cercato di stabilire un contatto che va ben al di là delle differenze linguistiche.

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Mi rimetto in marcia su quella strada di terra rossa che da Hosanna mi aveva portato qui. Quella terra rossa che non riesce ad assorbire tutta l’acqua che scroscia di continuo dal cielo e dunque si sfalda, facendo brandelli di quell’unica via che può riportarmi alla civiltà. La jeep arranca, scivola, si contorce nel fango finendo inevitabilmente per coricarsi nel fosso. Bisognerà spingere. Ma questa è un’altra storia, un’altra avventura.

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