Etiopia-Repubblica Dominicana e ritorno

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Nonostante fino ad adesso, su questo blog, siano apparse notizie e racconti riguardanti solo ed esclusivamente il mondo etiope, oggi farò uno strappo alla regola. Lo faccio nell’interesse di tutti, perchè ritengo che questa storia debba essere diffusa e conosciuta. Lo faccio perchè a volte ci capita di incontrare eroi con sembianze umane ma siamo così distratti e sprovveduti da non fermarci ad ascoltarli. Siamo così intenti a guardare lungo il nostro sentiero che non ci accorgiamo di quanto magnifica sia la foresta. Essi non portano al collo medaglie e non hanno appuntato al petto alcun distintivo. Sono eroi così normali da sembrare banali. Ed è proprio per questa loro apparente ordinarietà che non saltano all’occhio.

Oggi vi racconto la storia di Padre Christopher Hartley, eroe solitario, che ha affrontato a viso aperto l’inferno delle piantagioni di canna da zucchero in Repubblica Dominicana, denunciando un sistema malato, cercando di restituire una dignità ai suoi lavoratori, ossia i migliaia di immigrati haitiani qui sopraggiunti in cerca di un futuro. Ma facciamo un passo indietro.

L’isola di Hispaniola, ad est di Cuba, comprende due stati sovrani: il più occidentale è Haiti mentre nella parte orientale si estende la Repubblica Dominicana. Sebbene da una prima analisi geografica non emergano particolari differenze, dal punto di vista socio-economico vi è un abisso che li separa. Haiti è a tutti gli effetti uno dei paesi più poveri al mondo, con un reddito pro-capite da fame e aspettative di vita inferiori ai 50 anni. Va da sè che molti haitiani sognano di trasferirsi nella più ricca Repubblica Domenicana sin da bambini. Tutti inseguono il sogno di una redenzione, la ricerca di una sfocata felicità. Questo sogno diventa realtà durante la stagione della raccolta della canna da zucchero, prodotto chiave dell’economia isolana, che i dominicani esportano, come via preferenziale, verso gli Stati Uniti. Quello della canna da zucchero è una fonte di reddito primaria, un impero in mano a pochi grandi proprietari terrieri, latifondisti che si servono della manodopera haitiana, i braceros, per mantenere bassi i costi. Questi fanno entrare migliaia di braccianti clandestinamente attraverso i confini di terra, scarsamente controllati, per stiparli poi nei bateyes, villaggi monoetnici, veri e propri ghetti all’interno delle piantagioni. Così come i loro progenitori, gli haitiani lavorano in regime di semi schiavitù, senza regolare contratto, senza possibilità di avanzamento sociale. Coltivano la speranza di poter un giorno tornare dalle proprie famiglie, in patria, ma il più delle volte il viaggio verso la Repubblica Dominicana si rivela di sola andata. La paga che ricevono settimanalmente per la raccolta della canna basta a mala pena per sfamare loro stessi, per non parlare delle malattie che gli anni di logorante lavoro nei campi comportano.

Padre christopher hartley

È così da sempre. E mai nessuno si è sognato di cambiare qualcosa. Fino a quando, a fine anni ’90 sopraggiunge una speranza. È stato infatti nominato un nuovo prete nella parrocchia di Los Llanos, un europeo di radici anglo-spagnole con un passato da missionario con Madre Teresa, a Calcutta. Un tale Christopher Hartley. Sin da subito, dal suo arrivo nel 1997, Padre Christopher è determinato a cambiare le cose ed inizia la sua piccola pacifica lotta contro l’impero dei Vicini, la famiglia latifondista proprietaria della piantagione di Los Llanos. Ma ben presto la sfida intrapresa dal prete si rivela più complicata del previsto. Non solo si trova a combattere contro un sistema omertoso, fatto di violenza e mazzette, ma capisce immediatamente che il compito più arduo sarà quello di riuscire a cambiare la mentalità degli stessi haitiani, che accettano passivamente tutte le ingiustizie ed i soprusi che vengono loro inflitti. Padre Christopher non si accontenta però dei primi successi, non gli basta veder costruire nuovi bateyes in sostituzione a quelli vecchi che erano privi di qualsiasi accorgimento igienico sanitario. Vuole di più, come ricorda lui stesso in un’intervista: “[…] il problema non è mettere un cavo elettrico o una cisterna d’acqua in più. Tu puoi dipingere d’oro la gabbia delle scimmie ma continua ad essere una gabbia. Il problema è togliere la rete ed insegnare i braceros a vivere liberi. Se poi vogliono restare è affare loro. Però devono sapere che possono essere liberi di andarsene”. Padre Christopher li convince a scioperare e parla loro dell’esistenza di uno stato di diritto: “[…] loro non sanno cosa significhi la parola diritto, non la conoscono […] I braceros sono persone che, per il colore della pelle, per il luogo di in cui sono nati, per i genitori che hanno, ritengono che questo sia il loro destino. È una concezione fatalista della vita, non hanno nemmeno le energie per lottare”.

I braceros haitiani considerano Padre Christopher una guida, e non solo spirituale. In breve tempo è riuscito a vincere numerose battaglie a loro favore, inserendoli nell’universo dei diritti umani di cui loro stessi faticavano a capire il senso. Ma non si può dire altrettanto per i nativi dominicani di Los Llanos che, in parte incoraggiati (spesso economicamente) dalla influente famiglia Vicini, iniziano una campagna di diffamazione nei confronti del prete. Cominciano così ad apparire le prime scritte che inneggiano ad una sua espulsione, seguite da minacce di morte. Inizialmente la chiesa difende l’operato di Christopher, ma è solo questione di tempo e anche lei cederà ai ricatti del vil denaro. Le accuse diventano infatti sempre più ridicole ed infamanti: si arriva ad affermare che il parroco starebbe tentando di “haitianizzare” il territorio dominicano, favorendo l’inserimento di ubriaconi e nullatenenti, quali gli immigrati haitiani, rubando il lavoro ai locali. Sarà poi lo stesso vescovo di San Pedro de Macoris, Monsignor Francisco Ozoria Acosta, ad “invitare” Padre Christopher a lasciare i suoi incarichi pastorali in Repubblica Dominicana.

Christopher Hartley nel villaggio di Gode, Etiopia

Christopher Hartley è stato missionario cattolico nella parrocchia di Los Llanos, nella provincia di San Pedro de Macoris, in Repubblica Dominicana, dal 1997 al 2006, anno della sua espulsione del paese. Oggi Padre Christopher è parroco di Gode un villaggio nel sud dell’Etiopia, ai confini con la Somalia. L’ho conosciuto ad Addis Abeba e mi ha raccontato la sua storia. La sua lotta per l’integrazione e l’uguaglianza sociale per i più poveri non si è mai arrestata, nemmeno dopo l’espulsione. Qui, a Gode, in Etiopia, Christopher deve fare i conti con una maggioranza della popolazione di etnia somala, per lo più musulmana, con tradizioni e costumi divergenti rispetto gli amhara, il ceppo dominante etiope, di religione prevalentemente cristiana. La missione di Christopher dunque continua, con altri suoni e altri colori ma con l’entusiasmo e la dedizione di sempre. Un eroe senza maschera, che sfida a viso scoperto le ingiustizie della società. Non per lui, no di certo, ma per tutti noi.

Dalla storia di Padre Christopher Hartley sono stati tratti numerosi documentari, vi segnalo i più noti che troverete facilmente su Youtube:

The price of sugar, diretto da Bill Haney (inglese)

Inferno di zucchero, diretto da Adriano Zecca (italiano)

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Foglie d’Oriente

All’inizio non capivo perchè scelse di fermarsi qui. Perchè tra le varie città in cui avrebbe potuto dirigersi optò proprio per Harar? Mi riferisco ad Arthur Rimbaud, grande poeta francese, che si trasferì in Etiopia nel 1880, a termine di una serie di peregrinazioni che lo avevano portato a conoscere paesi quali la Germania, l’Italia e persino lo Yemen. Solo dopo aver trascorso qualche giorno in città, parecchi anni dopo l’arrivo di Rimbaud, la verità mi appare limpida davanti agli occhi. Certo, i libri di storia e le guide turistiche vi diranno che il poeta ebbe particolare fortuna nel commercio delle armi e del caffè, attività che lo trattenne lontano dalla madre patria per oltre dieci anni. Forse. Ma io sono convinto che rimase certamente più colpito da altro, che la motivazione della sua permanenza ad Harar fosse giustificata anche dalla presenza dei cosidetti “fiori del paradiso”. Il chat o qat, la foglia della pianta Catha edulis, già all’epoca, veniva masticata da molta gente del posto. Un poeta della fama di Rimbaud, inserito nella categoria letteraria dei maudits, dei maledetti, non avrebbe certamente potuto resistere al fascino esotico di questa droga, per di più legale, che riempe tutt’oggi le bocche di moltissimi abitanti dell’Etiopia orientale.

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Una volta superate le magiche mura della città vecchia ci si rende immediatamente conto di come il tempo si sia fermato. Non penso che Rimbaud, una volta giunto dove mi trovo io ora, più di centotrenta anni fa, abbia assistito ad uno spettacolo molto differente. Valanghe di persone indaffarate si accalcano nella ragnatela di minuscole vie che compongono il nucleo originario della città antica. Vendono o comprano qualcosa e chi non è impegnato in nessuna di queste attività o è un bambino, che corre selvaggiamente dietro ad una ruota artigianale, oppure appartiene alla categoria dei masticatori recidivi di chat. Quest’ultimi ne hanno masticato così tanto da non avere altro scopo nella vita se non continuare a farlo. Se smettessero si renderebbero conto di quanto infima sia la loro esistenza. E proprio per questa ragione che masticano; preferiscono non rendersene conto. Consumati dalla dipendenza, afflosciati come corpi senza peso ai lati delle strade, contribuiscono a comporre quel gran guazzabuglio di colori che sono le vie di Harar. Facendosi largo tra gli angusti passaggi di uno dei due mercati storici della città, non potrete non urtare gli enormi sacchi di incenso, piuttosto che pestare le sterminate distese di peperoncino locale steso ad essicare prima di essere triturato.

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Harar attira inoltre orde di turisti grazie ai particolari incontri con la fauna selvatica. Dopo le 19, al calare delle tenebre, piccoli branchi di iene si avvicinano alle mura della città per rovistare tra l’immondizia. Non occorre sottolineare che un gruppo di persone, denominati “uomini delle iene”, abbiano creato un vero e proprio business grazie alla presenza di tali animali, dando vita ogni sera a spettacoli circensi, dove agli stessi turisti (previo compenso) è concesso sfamare i silenziosi predatori dagli occhi verdi.

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Si finisce per innamorarsi di Harar, del suo caotico centro e delle vie asfissianti. Delle sue ampie case dai tappeti colorati e dalle pareti ricoperte di gingilli. Delle favole antiche che la riguardano, che narrano di conquistatori e tesori perduti. Mi allontano a fatica da questo mondo incantato un giovedì mattina presto, le tenebre avvolgono ancora la città. Mi dirigo verso la fermata dell’autobus dove un mezzo mi dovrebbe riportare verso casa. Tutto intorno è silenzio. A farmi compagnia è solo il suono cadenzato dei miei passi. Carico di sonno, disperso tra i miei pensieri, inizialmente non mi accorgo nemmeno di una cantilena che, prima sommessamente, poi sempre più forte, comincia a diffondersi nell’aria. Trasalendo dal torpore del mio errare, mi rendo finalmente conto di cosa si tratta. Sono i novantanove Imam delle novantanove moschee della città vecchia che richiamano i fedeli alla preghiera. A loro modo, inconsapevolmente, mi porgono un saluto e mi accompagnano lungo la via. In mezzo al quel coro ascetico fuoriesco dalla mia solitudine, lascio alle spalle le mura della città e mi dirigo verso ovest.

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