Foglie d’Oriente

All’inizio non capivo perchè scelse di fermarsi qui. Perchè tra le varie città in cui avrebbe potuto dirigersi optò proprio per Harar? Mi riferisco ad Arthur Rimbaud, grande poeta francese, che si trasferì in Etiopia nel 1880, a termine di una serie di peregrinazioni che lo avevano portato a conoscere paesi quali la Germania, l’Italia e persino lo Yemen. Solo dopo aver trascorso qualche giorno in città, parecchi anni dopo l’arrivo di Rimbaud, la verità mi appare limpida davanti agli occhi. Certo, i libri di storia e le guide turistiche vi diranno che il poeta ebbe particolare fortuna nel commercio delle armi e del caffè, attività che lo trattenne lontano dalla madre patria per oltre dieci anni. Forse. Ma io sono convinto che rimase certamente più colpito da altro, che la motivazione della sua permanenza ad Harar fosse giustificata anche dalla presenza dei cosidetti “fiori del paradiso”. Il chat o qat, la foglia della pianta Catha edulis, già all’epoca, veniva masticata da molta gente del posto. Un poeta della fama di Rimbaud, inserito nella categoria letteraria dei maudits, dei maledetti, non avrebbe certamente potuto resistere al fascino esotico di questa droga, per di più legale, che riempe tutt’oggi le bocche di moltissimi abitanti dell’Etiopia orientale.

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Una volta superate le magiche mura della città vecchia ci si rende immediatamente conto di come il tempo si sia fermato. Non penso che Rimbaud, una volta giunto dove mi trovo io ora, più di centotrenta anni fa, abbia assistito ad uno spettacolo molto differente. Valanghe di persone indaffarate si accalcano nella ragnatela di minuscole vie che compongono il nucleo originario della città antica. Vendono o comprano qualcosa e chi non è impegnato in nessuna di queste attività o è un bambino, che corre selvaggiamente dietro ad una ruota artigianale, oppure appartiene alla categoria dei masticatori recidivi di chat. Quest’ultimi ne hanno masticato così tanto da non avere altro scopo nella vita se non continuare a farlo. Se smettessero si renderebbero conto di quanto infima sia la loro esistenza. E proprio per questa ragione che masticano; preferiscono non rendersene conto. Consumati dalla dipendenza, afflosciati come corpi senza peso ai lati delle strade, contribuiscono a comporre quel gran guazzabuglio di colori che sono le vie di Harar. Facendosi largo tra gli angusti passaggi di uno dei due mercati storici della città, non potrete non urtare gli enormi sacchi di incenso, piuttosto che pestare le sterminate distese di peperoncino locale steso ad essicare prima di essere triturato.

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Harar attira inoltre orde di turisti grazie ai particolari incontri con la fauna selvatica. Dopo le 19, al calare delle tenebre, piccoli branchi di iene si avvicinano alle mura della città per rovistare tra l’immondizia. Non occorre sottolineare che un gruppo di persone, denominati “uomini delle iene”, abbiano creato un vero e proprio business grazie alla presenza di tali animali, dando vita ogni sera a spettacoli circensi, dove agli stessi turisti (previo compenso) è concesso sfamare i silenziosi predatori dagli occhi verdi.

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Si finisce per innamorarsi di Harar, del suo caotico centro e delle vie asfissianti. Delle sue ampie case dai tappeti colorati e dalle pareti ricoperte di gingilli. Delle favole antiche che la riguardano, che narrano di conquistatori e tesori perduti. Mi allontano a fatica da questo mondo incantato un giovedì mattina presto, le tenebre avvolgono ancora la città. Mi dirigo verso la fermata dell’autobus dove un mezzo mi dovrebbe riportare verso casa. Tutto intorno è silenzio. A farmi compagnia è solo il suono cadenzato dei miei passi. Carico di sonno, disperso tra i miei pensieri, inizialmente non mi accorgo nemmeno di una cantilena che, prima sommessamente, poi sempre più forte, comincia a diffondersi nell’aria. Trasalendo dal torpore del mio errare, mi rendo finalmente conto di cosa si tratta. Sono i novantanove Imam delle novantanove moschee della città vecchia che richiamano i fedeli alla preghiera. A loro modo, inconsapevolmente, mi porgono un saluto e mi accompagnano lungo la via. In mezzo al quel coro ascetico fuoriesco dalla mia solitudine, lascio alle spalle le mura della città e mi dirigo verso ovest.

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