L’importanza della conservazione culturale

Rift Valley

La strada che porta verso Kofole (Kofale) segue quell’incredibile fossa tettonica che è la Great Rift Valley. La stessa che leggevamo a fatica nei sussidiari di storia alle elementari. Quella che ha dato la luce al genere umano. Quella dei primi uomini che camminavano in posizione eretta. E soprattutto quella Rift Valley che resiste ancora alla brutalità della modernizzazione umana, mantenendo tutt’oggi una parvenza selvaggia e incontaminata. Se si esclude la strada asfaltata e i pali elettrici che le corrono accanto, lo sguardo è libero di vagare senza incontrare ostacoli fino ai lontani altipiani che si ergono sfocati all’orizzonte. Distese di campi coltivati, mandrie di buoi solitari e qualche termitaio sono le uniche caratteristiche fisiche che si elevano da questa landa. Tutto il resto è cielo, una valanga di cielo che sovrasta qualsiasi cosa.

Non viaggio solo. Non questa volta. Seguo il trentino Thomas Conci verso il villaggio di Kofole dove all’interno della missione cattolica del paese, grazie all’intercessione di Padre Angelo Antolini, è stato costituito un piccolo museo etnografico della cultura oromo, di cui Thomas è diventato il direttore italiano.

Io e Thomas Conci

In un paese come l’Etiopia, che si fonda sulla coesistenza centenaria di etnie e lingue diverse, un museo etnografico, anche in una piccola realtà quale quella di Kofole, è vitale. L’etnografia diventa uno strumento di conoscenza e consapevolezza per preservare una cultura prevalentemente orale che con il passare delle generazioni rischia di disperdersi. Il museo nasce non solo in un’ottica di diffusione culturale e turistica fine a se stessa ma ha obiettivi di ben più ampio respiro. Ed è proprio qui che subentra Thomas. Il suo compito non sarà semplicemente quello di dirigere e allestire il museo ma spalancare le porte della cultura oromo anche alla realtà italiana ed europea, in modo da solleticare l’interesse di ricercatori e studenti nei confronti di un etnia e di un mondo poco conosciuto all’estero.

Il bello di incontrare persone come Thomas sta proprio nel fatto che non smettono mai di stupirti. Sfuggono ad ogni collocazione sociale preimpostata; è impossibile inquadrarle in un particolare ambito lavorativo. E proprio per questo sono estremamente interessanti. Potrei definire Thomas un naturalista e un accompagnatore di territorio, fotografo ed esperto museale ma non renderei comunque onore alla vastità del suo campo di competenza e ricerca. Per questo motivo mi accontento di chiamarlo amico, uno di quelli che non ostentano le proprie conoscenze facendoti sentire una nullità. E il museo di Kofole segue proprio questa direzione. Nasce dall’umiltà delle sua stessa gente e diventa l’affresco dell’etnia più numerosa del paese. Senza sfarzi e accenni di maestosità il museo si esprime in tutta la sua ordinata semplicità, in un contesto culturale di fortissimo impatto.

Museo di Kofole, pelle di leonessa

Nonostante le placche continentali che hanno generato la Rift Valley si stiano a poco a poco allontanando e tra qualche milione di anni separeranno il Corno d’Africa dal resto del continente, il museo di Kofole si muove in direzione contraria alle forze della natura. Invece che creare ulteriore separazione punta piuttosto alla condivisione e all’unità. In una società frammentata quale quella etiope, soggetta alle forze tettoniche dell’etnocentrismo, Kofole e il suo museo rappresentano un salutare esempio di resistenza e di pace.

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Il fiume di tutti

Lago Tana, pescatore su tipica imbarcazione in papiro intrecciato

Il Nilo Azzurro nasce convenzionalmente dal lago Tana e percorre circa 1400 km prima di incontrare il Nilo Bianco, in corrispondenza della capitale sudanese di Khartum. Già da bambino provavo una sorta di rispetto reverenziale verso questo fiume. Non tanto per la sua incredibile lunghezza ma per la sua importanza etnografica. Attorno ad esso è da sempre dipesa una moltitudine di vite umane, di popoli, di generazioni.

Deciso a colmare questa mia pulsione infantile mi spingo verso Nord, sulle tracce di James Bruce, il mitico esploratore scozzese a cui viene attribuita la scoperta delle sorgenti proprio del Nilo Azzurro. Non che nutra una particolare simpatia nei confronti degli avventurieri europei degli scorsi secoli, da Colombo in poi, però nel mio piccolo, con modalità diverse, condivido con loro il desiderio di scoperta ed un’innata curiosità verso lo sconosciuto. Caricato lo zaino sulle spalle, trovato il primo posto disponibile su un autobus a lunga percorrenza, il mio viaggio fa rotta verso Bahir Dar, la principale città sul lago Tana, desideroso di ammirare il Tis Abey, le cascate del Nilo Azzurro. Fin dal mio arrivo in Etiopia mi sono sempre imposto, quando possibile, di condividere i miei viaggi con i locali, nonostante sia più difficile, scomodo o addirittura pericoloso. Sia per motivi economici ma soprattutto perchè desidero scostarmi il più possibile dalla figura del semplice turista. Non posso cambiare il colore della mia pelle, non posso fare nulla per scrollarmi di dosso l’appellativo di faranji; ciò che posso invece fare è scendere dal piedistallo della superiorità culturale che noi occidentali ostentiamo, magari senza rendercene conto. Scendere e mescolarmi, senza rifugiarmi nella monotonia dei villaggi con ogni confort, dei voli business o delle false relazioni.

Nilo Azzurro, dopo il ponte dei portoghesi

Ho sempre guardato al Nilo come il fiume dell’uguaglianza, della vita, della rinascita, forse dell’integrazione. Sopravvivendo alle temperature del Sahara ha stretto un tacito accordo con il genere umano.

Arrivo al sito dopo un’ora di strada sterrata dalla città di Bahir Dar. Non appena metto piede giù dal minibus vengo attorniato da sciami di bambini che cercano di rifilarmi ogni genere di souvenir. Nonostante mi impegni, nonostante la buona volontà, non riesco a sottrarmi dal provare una minima sensazione di fastidio nei loro confronti, proprio a causa dell’insistenza e della tenacia con cui ti seguono. All’inizio provo con l’approccio comunicativo, per conoscerli, per accorciare le distanze ma tutto finisce sempre con il ricondursi alla solita dialettica venditore-cliente. Sembra che davanti a loro non ci sia una persona ma piuttosto una banconota, soldi facili. Gli è stato insegnato così, non possono fare altrimenti. Il bianco prima di essere persona, amico, passante è una potenziale miniera d’oro. Penso ai loro genitori, ai più anziani, che si guardano bene dal presentarsi e mandano i bambini in prima fila a raccogliere soldi e compassione.

Il fiume scorre placido accanto al sentiero. Se mi fermo un attimo ad ascoltare posso percepire uno scrosciare lontano, un infrangersi di acque. Manca poco alle cascate.

Nilo Azzurro, Ponte dei portoghesi

Poi faccio qualcosa che nessuno di quei bambini si sarebbe mai aspettato da un faranji. Smetto di parlargli, mi fermo improvvisamente e proprio quando sto per essere investito dalle loro voci mi siedo. Mi metto per terra, tra la polvere, la testa contro il tronco di un albero. I bambini increduli interrompono qualsiasi attività. Smettono di urlare. Si bloccano. Mai si sarebbero aspettati che io, occidentale bianco dalle tasche piene mi piegassi a tanto. Una ragazza etiope, dallo smalto rosa e dai grandi occhiali da sole neri, una turista in visita alle cascate, rimane sbigottita dal mio atteggiamento. Quasi schifata. I bambini si uniscono al mio silenzio, si fa largo in loro la curiosità. Gli è stato detto di assaltare uomini e donne bianchi, personaggi fieri che camminano a testa alta concedendo qualche mancia qua e là. Non capiscono perchè un uomo ricco e benestante debba sedersi nel fango. Non è normale.

Attraverso il ponte costruito dai portoghesi nel XVI secolo e mi trovo finalmente faccia faccia con la potenza della natura.

Tis Abey, cascate del Nilo Azzurro, bocca principale

In quel inaspettato silenzio l’unico a parlare è il fiume, saluta l’uomo e ancora una volta gli rende omaggio rendendolo partecipe del suo precipitare. E noi, persone, forse un po’ più uguali di prima, non possiamo fare altro che tacere e augurargli buon viaggio per i successivi 5223 km che lo separano dalle acque del Mar Mediterraneo.