Il fiume di tutti

Lago Tana, pescatore su tipica imbarcazione in papiro intrecciato

Il Nilo Azzurro nasce convenzionalmente dal lago Tana e percorre circa 1400 km prima di incontrare il Nilo Bianco, in corrispondenza della capitale sudanese di Khartum. Già da bambino provavo una sorta di rispetto reverenziale verso questo fiume. Non tanto per la sua incredibile lunghezza ma per la sua importanza etnografica. Attorno ad esso è da sempre dipesa una moltitudine di vite umane, di popoli, di generazioni.

Deciso a colmare questa mia pulsione infantile mi spingo verso Nord, sulle tracce di James Bruce, il mitico esploratore scozzese a cui viene attribuita la scoperta delle sorgenti proprio del Nilo Azzurro. Non che nutra una particolare simpatia nei confronti degli avventurieri europei degli scorsi secoli, da Colombo in poi, però nel mio piccolo, con modalità diverse, condivido con loro il desiderio di scoperta ed un’innata curiosità verso lo sconosciuto. Caricato lo zaino sulle spalle, trovato il primo posto disponibile su un autobus a lunga percorrenza, il mio viaggio fa rotta verso Bahir Dar, la principale città sul lago Tana, desideroso di ammirare il Tis Abey, le cascate del Nilo Azzurro. Fin dal mio arrivo in Etiopia mi sono sempre imposto, quando possibile, di condividere i miei viaggi con i locali, nonostante sia più difficile, scomodo o addirittura pericoloso. Sia per motivi economici ma soprattutto perchè desidero scostarmi il più possibile dalla figura del semplice turista. Non posso cambiare il colore della mia pelle, non posso fare nulla per scrollarmi di dosso l’appellativo di faranji; ciò che posso invece fare è scendere dal piedistallo della superiorità culturale che noi occidentali ostentiamo, magari senza rendercene conto. Scendere e mescolarmi, senza rifugiarmi nella monotonia dei villaggi con ogni confort, dei voli business o delle false relazioni.

Nilo Azzurro, dopo il ponte dei portoghesi

Ho sempre guardato al Nilo come il fiume dell’uguaglianza, della vita, della rinascita, forse dell’integrazione. Sopravvivendo alle temperature del Sahara ha stretto un tacito accordo con il genere umano.

Arrivo al sito dopo un’ora di strada sterrata dalla città di Bahir Dar. Non appena metto piede giù dal minibus vengo attorniato da sciami di bambini che cercano di rifilarmi ogni genere di souvenir. Nonostante mi impegni, nonostante la buona volontà, non riesco a sottrarmi dal provare una minima sensazione di fastidio nei loro confronti, proprio a causa dell’insistenza e della tenacia con cui ti seguono. All’inizio provo con l’approccio comunicativo, per conoscerli, per accorciare le distanze ma tutto finisce sempre con il ricondursi alla solita dialettica venditore-cliente. Sembra che davanti a loro non ci sia una persona ma piuttosto una banconota, soldi facili. Gli è stato insegnato così, non possono fare altrimenti. Il bianco prima di essere persona, amico, passante è una potenziale miniera d’oro. Penso ai loro genitori, ai più anziani, che si guardano bene dal presentarsi e mandano i bambini in prima fila a raccogliere soldi e compassione.

Il fiume scorre placido accanto al sentiero. Se mi fermo un attimo ad ascoltare posso percepire uno scrosciare lontano, un infrangersi di acque. Manca poco alle cascate.

Nilo Azzurro, Ponte dei portoghesi

Poi faccio qualcosa che nessuno di quei bambini si sarebbe mai aspettato da un faranji. Smetto di parlargli, mi fermo improvvisamente e proprio quando sto per essere investito dalle loro voci mi siedo. Mi metto per terra, tra la polvere, la testa contro il tronco di un albero. I bambini increduli interrompono qualsiasi attività. Smettono di urlare. Si bloccano. Mai si sarebbero aspettati che io, occidentale bianco dalle tasche piene mi piegassi a tanto. Una ragazza etiope, dallo smalto rosa e dai grandi occhiali da sole neri, una turista in visita alle cascate, rimane sbigottita dal mio atteggiamento. Quasi schifata. I bambini si uniscono al mio silenzio, si fa largo in loro la curiosità. Gli è stato detto di assaltare uomini e donne bianchi, personaggi fieri che camminano a testa alta concedendo qualche mancia qua e là. Non capiscono perchè un uomo ricco e benestante debba sedersi nel fango. Non è normale.

Attraverso il ponte costruito dai portoghesi nel XVI secolo e mi trovo finalmente faccia faccia con la potenza della natura.

Tis Abey, cascate del Nilo Azzurro, bocca principale

In quel inaspettato silenzio l’unico a parlare è il fiume, saluta l’uomo e ancora una volta gli rende omaggio rendendolo partecipe del suo precipitare. E noi, persone, forse un po’ più uguali di prima, non possiamo fare altro che tacere e augurargli buon viaggio per i successivi 5223 km che lo separano dalle acque del Mar Mediterraneo.

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