Emilia chiama Etiopia. Ancora. Sempre.

L’esperienza che mi ha portato a trascorrere quattro mesi in Etiopia può considerarsi conclusa. Fisicamente. Nel senso che probabilmente, almeno per un po’ di tempo, non tornerò laggiù. Ciò che però non deve considerarsi concluso è il percorso che mi ha avvicinato, per i casi più improbabili della vita, al mondo della cooperazione internazionale.

Quando i primi di settembre dello scorso anno mi sono ritrovato catapultato tra le strade di Addis Abeba non pensavo di poter resistere più di una settimana. Alla fine non me ne volevo più andare. Sta tutto nel saper vedere. Crediamo di poter vivere per sempre barricati dietro ai muri delle nostre sicurezze, delle piccole certezze quotidiane, delle facili deduzioni, degli indici puntati. Non ci rendiamo conto che facciamo tutto ciò non tanto per la paura di scoprire cosa ci possa essere dietro a quei muri, ma soprattutto per la comodità delle nostre scelte. Sentirci migliori degli altri è a volte l’unica ragione per sentirci davvero vivi e importanti. L’unico modo per dare sfogo ad una soggettività repressa.

Modena per gli altri, Parma per gli altri e la Regione Emilia Romagna mi hanno dato la possibilità di sentirmi diverso, a disagio e inevitabilmente compromesso. Tutte accezioni negative direte voi. Nell’immaginario comune forse lo sono davvero. Certe esperienze ti cambiano dentro, fanno rivalutare certe posizioni e abbattono, piano piano, proprio quei muri di cui parlavo sopra. Cancelliamoci dalla testa, che noi, cooperanti volontari nei paesi del terzo mondo, possiamo cambiare le cose. Le uniche cose che cambiano sono dentro di noi. Dici niente. Se non capiamo prima di tutto noi stessi cosa significa parlare di multiculturalità e integrazione, se non viviamo, almeno in parte, il dramma della migrazione, come possimo permetterci di diventare testimoni positivi di una comunità mondiale in continua trasformazione?

Per queste ragione, a partire dalla mia piccola vicenda etiope io desidero portare avanti questo blog. Non per me, non questa volta, ma a nome di quelle associazioni che si fanno promotrici di progetti di piccola portata ma di altissima valenza strutturale e di significato. Parlo di Moxa (Modena per gli altri) e Parma per gli altri, piccole realtà che esistono solo grazie all’altruismo della gente, figlie di un aiuto libero e disinteressato. Io sono stato nei luoghi e nelle sedi dove questo aiuto si trasforma in concretezza, in progetti agro-alimentari, in sanità e istruzione. Io ci sono stato e posso testimoniare la bontà di questo operato. Vorrei dunque che questo blog diventasse luogo privilegiato di chi si sente parte di una comunità globale libera da barriere. Di chi ha viaggiato e vorrebbe scrivere qualche pensiero, di chi non ha ancora potuto farlo e si limita a spaziare con la mente dando sfogo a desideri. Di chi ha voglia di dire qualcosa che qualcun’altro non ha la possibilità di dire. Certamente lo sguardo privilegiato rimarrà puntato verso l’Etiopia e le realtà di cooperazione legate ai progetti di Modena e Parma per gli altri, ma senza mai perdere di vista l’idea verso la quale tutti, spesso inconsapevolmente, ci identifichiamo: quella di essere culture dinamiche, come appare ora nell’intestazione del blog, culture in movimento.

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